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La relazione efficace nella psicoterapia e nel lavoro educativo, Carocci, 2007

Daniele Bruzzone, Carl Rogers

La relazione efficace nella psicoterapia e nel lavoro educativo, Carocci, 2007

Introduzione

Da ragazzo avevo letto centinaia di libri sugli uomini di frontiera e gli indiani, capaci di attraversare la foresta silenziosamente, senza calpestare un rametto o muovere una foglia. Nessuno sapeva dove fossero finché non erano arrivati a destinazione e non avevano compiuto la loro missione, commerciale o di guerra. Mi resi conto che la mia vita professionale aveva avuto la stessa caratteristica. […] Ho attraversato sommessamente la vita, facendo il minimo rumore possibile, finché non sono giunto a destinazione – ed era troppo tardi per fermarmi (1).

Così Carl Rogers, uno degli psicologi più famosi del secolo scorso, tanto da meritare il primo posto tra le dieci personalità più influenti della psicoterapia, prima ancora dello stesso Freud(2), descriveva la propria vicenda personale e professionale, cogliendo un tratto fondamentale della sua storia e della sua personalità: quella di un «lupo solitario» (3), destinato a diventare per molti versi un pioniere, al quale ben si adatta il proverbio popolare he travels fastest who travels alone(4).
Quella rogersiana fu una produzione scientifica di grande rilievo: oltre duecentocinquanta articoli e circa venti libri, nonché un nutritissimo archivio di registrazioni magnetofoniche e audiovisive che documentano la sua intensissima attività di ricerca. Carl Rogers ha ricevuto sette lauree honoris causa. Almeno dodici filmati sono stati girati su di lui e sul suo lavoro. I suoi libri e la sua profonda umanità hanno esercitato una vastissima influenza internazionale, tanto che, forse a ragione, qualcuno lo ha definito il caposcuola di una sorta di movimento spirituale. Secondo un’affermazione apparsa sulle pagine del prestigioso “American Psychologist”, Rogers è infatti da considerarsi «il più influente psicologo d’America»(5). Le sue idee, lungi dal costituire un patrimonio storico inerte, sono più che mai vive e vitali, come dimostrano i forum e le conferenze internazionali sulla psicoterapia centrata-su-cliente che continuano a svolgersi in tutto il mondo, i numerosissimi centri di ricerca e istituti che in ogni continente divulgano il suo pensiero e continuano il suo operato. Cain parla a questo proposito di un «impatto globale»(6): alla morte di Rogers, la sua opera era tradotta in dodici lingue e conosciuta in venticinque paesi (ai quali più recentemente se ne sono aggiunti molti altri, che Cain non aveva incluso nella sua lista). Una quantità impressionante di studiosi in tutto il pianeta sta continuando a esplorare i processi comunicativi e relazionali sulla scia del fondatore, pur con grande autonomia e creatività: in seno allo stesso movimento centrato-sulla-persona, accanto alla schiera dei “puristi” si stanno affiancando altri orientamenti più aperti e innovativi e più sensibili alla diffusa esigenza di modelli educativi e psicoterapeutici “integrati”. Il panorama è vasto e variegato, talvolta non privo di problemi, laddove l’innovazione o l’integrazione rischiano di snaturare la vocazione originaria dell’approccio centrato-sulla-persona(7). Tuttavia, nella sua viscerale ostilità per ogni forma di ideologia e di dogmatismo, Rogers avrebbe approvato questo continuo divenire: non intese mai, infatti, aderire ad alcuna “ortodossia” né, tanto meno, costituire una propria”scuola”(8). Molto spesso il significato del suo lavoro è stato frainteso. «Negandone il substrato teoretico, lo si circoscrive in un ambito angusto di puro e semplice metodologismo […]. Al contrario, una conoscenza più approfondita del background filosofico-esistenziale e della teoria psicologica della personalità che sottende la sua metodologia conduce a non formulare ipotesi superficiali ed affrettate»(9). Lo stesso Rogers, del resto, manifestava la convinzione che il suo orientamento «non sia riconducibile a una semplice tecnica né a un puro metodo di facilitazione dell’apprendimento. L’intera impostazione ha evidentemente una radice personale, implicazioni filosofiche e di valore e si fonda sopra una determinata concezione di fondo di quello che deve essere l’obiettivo dello sviluppo psicologico individuale»(10). Lo scopo di questo saggio è esattamente quello di restituire il quadro di riferimento completo dal quale si possa desumere il significato autentico dell’opera rogersiana, specialmente nelle sue implicazioni psicopedagogiche, nell’intento forse di riaprire un dibattito in parte superato ma probabilmente mai adeguatamente risolto. Soprattutto in considerazione del fatto che, se le diffidenze dei “nemici” dell’approccio centrato-sulla-persona sono spesso determinate da pregiudizi infondati ed equivoci grossolani, anche il plauso degli estimatori più entusiasti talvolta non è privo di fraintendimenti e di eccessi. Lo stesso Rogers sembrava esserne conscio:

Forse il danno delle critiche è più che uguagliato da quello provocato da “discepoli” incapaci di critica e di discussione, individui che del nuovo punto di vista hanno capito a modo loro qualcosa e si son messi a dar battaglia a tutti utilizzando come arma quanto avevano compreso, a torto o a ragione, di me e del mio lavoro(11).

In ogni caso, come qualcuno ha detto brillantemente, Rogers è stato per tutta la vita un “rivoluzionario silenzioso”, ovvero «un uomo il cui effetto complessivo sulla società ne ha fatto uno […] dei rivoluzionari sociali del nostro tempo»(12). Dalla psicoterapia all’educazione, dalle relazioni familiari ai conflitti internazionali, dalla cura della crescita personale alle dinamiche dei contesti organizzativi, egli ha esercitato un’opera che non esitava a definire «radicale e rivoluzionaria nel significato originario di questi termini e non in quello corrente»(13): la sua ricerca pervicace e creativa ha posto le fondamenta per una comprensione profonda e innovativa delle relazioni interpersonali e del loro ruolo nei processi di sviluppo individuale e sociale, individuando empiricamente le condizioni della loro efficacia ai fini dell’apprendimento e del cambiamento costruttivo. Quando, nel 1972, gli fu assegnato il primo Distinguished Professional Contribution Award dell’American Psychological Association, la motivazione recitava così:

Il suo impegno a favore della persona integrale è stato un esempio che ha guidato la pratica della psicologia nelle scuole, nell’industria e nella comunità. Escogitando, praticando, valutando e insegnando un metodo di psicoterapia e di consulenza che raggiunge le vere radici della potenzialità e dell’individualità umana, ha condotto gli psicoterapeuti a riesaminare le loro procedure in una luce nuova. Innovatore nella ricerca sulla personalità, pioniere nel movimento dei gruppi di incontro e rispettato “tafano” della psicologia organizzata, ha lasciato un’impronta duratura sulla professione psicologica(14).

Rogers fu tra i primi, negli Stati Uniti degli anni quaranta intrisi di psicoanalisi o, all’opposto, imbevuti del positivismo behaviorista, a “deideologizzare” la psicoterapia(15), tanto da essere accusato di distruggere l’unità della psicoanalisi. La sua proposta dirompente di un metodo alternativo e francamente molto diverso (che in quegli anni venne denominato “non-direttivo”) non fu priva di conseguenze: «Significava guerra contro l’autorità monolitica. La vinse quella guerra. Oggi abbiamo molti metodi e la possibilità di fare libera ricerca»(16).
Il contributo scientifico di Rogers, in effetti, è stato in primo luogo di carattere metodologico: non tanto per aver elaborato una tecnica nuova, quanto piuttosto per averla supportata attraverso un costante impegno di ricerca sperimentale, di analisi e di categorizzazione(17), in cui la predilezione pragmatista per l’esperienza oggettiva si saldava con l’attenzione all’indagine delle variabili soggettive, secondo un inedito disegno epistemologico(18).
Accanto alla questione del metodo, il contributo di Rogers ha investito pienamente la riflessione circa l’etica delle relazioni d’aiuto, la disputa sulla formazione alla professione psicoterapeutica (con l’annosa contrapposizione tra psichiatri di formazione medica e neonati psicologi) e al counseling (per il quale egli rivendicava una formazione specifica che potesse prescindere dalla preparazione psicologica tradizionale), lo sviluppo di una teoria olistica e umanistica della personalità. Il suo contributo ha comportato, inoltre, rilevanti implicazioni in numerosi campi più o meno distanti dall’esperienza clinica d’origine: dal nursing all’istruzione, alle relazioni familiari, politiche e istituzionali ecc. Ciò ha determinato il progressivo aggiornamento della denominazione dell’approccio rogersiano: la sua teoria, infatti,

fu sviluppata inizialmente nel counseling e nella psicoterapia, dove venne denominata centrata-sul-cliente, intendendo che non ci si rivolgeva alla persona in cerca di aiuto come a un paziente dipendente ma come a un cliente responsabile. Quando fu estesa all’istruzione, si parlò di insegnamento centrato sullo studente. Ma quando fu introdotta in altri campi, anche distanti dal suo punto di origine – gruppi intensivi, matrimonio, rapporti familiari, amministrazioni, gruppi di minoranza, relazioni interrazziali, interculturali e anche internazionali – si sentì la necessità di adottare un termine più ampio: centrata sulla persona(19).

In ciascuno di questi campi Rogers non ebbe una formazione specifica alle spalle. Forse proprio questo lo rese meno cauto e più originale nelle sue acquisizioni:

Non sono mai davvero appartenuto ad alcun gruppo professionale. Sono stato formato, o ho avuto stretti rapporti di lavoro con psicologi, psicoanalisti, psichiatri, operatori psichiatrici, operatori sociali, educatori, operatori pastorali, e tuttavia non ho mai sentito di appartenere, totalmente o per compromesso, a nessuno di questi gruppi(20).

Anche per questo carattere di trasversalità, l’influsso diretto e indiretto del pensiero rogersiano nei diversi settori della cura clinica ed educativa, del lavoro sociale e del management è stato straordinariamente capillare e tuttavia difficile da quantificare. Rogers ha suscitato diffidenze e resistenze nell’ambito accademico e parallelamente ha conosciuto un successo fortemente pervasivo in tutti gli ambiti professionali incentrati sulle relazioni umane. Lungi dal ricercare il potere o il prestigio, Rogers fu nondimeno motivato da una particolare ambizione: «Voglio che ciò che faccio conti, che faccia in qualche modo la differenza. [… ] Voglio insomma che il mio lavoro abbia un’influenza»(21). Anche se non senza soffrire le incomprensioni, le emarginazioni e le ostilità di cui sono oggetto i pionieri, Rogers ha conseguito pienamente l’obiettivo ogni volta che ha deciso di pronunciarsi su qualche aspetto della vita individuale e sociale: la crescita, il matrimonio, la sessualità, l’educazione, la politica e così via, fedele solo al suo credo originario e incrollabile nelle risorse inesauribili della persona umana. «Rogers, con la sua insistenza sull’unicità degli individui e con la sua fede incrollabile nella capacità delle persone di trovare le loro risposte, non è un eroe naturale per il nostro tempo»(22). Egli stesso era ben conscio di essere quel che si dice una “persona controversa”.

«Questo significa che sono stato impegnato in una moltitudine di lotte e di battaglie professionali»(23). Tuttavia, proprio grazie alla sua irriducibile fiducia nelle potenzialità degli individui, Rogers ha contribuito in maniera decisiva e con lo spiri¬to del precursore a determinare quel clima di “deassolutizzazione”(24) che è divenuto il tratto tipico dell’epistemologia delle scienze umane e sociali, della psicoterapia, della pedagogia e perfino della politica postmoderna.
Rogers ebbe in qualche modo uno spirito “profetico”: a renderlo in certa misura preveggente fu probabilmente «il suo ascolto sensibile delle aspirazioni soggiacenti negli individui e nei popoli»(25). La storia gli ha dato ragione, anche se non gli ha permesso di vedere i risultati più eclatanti del cambiamento di fine secolo: la caduta del muro di Berlino (1989) e la fine della guerra fredda, la liberazione di Nelson Mandela in Sudafrica (1990) dopo trent’anni di prigionia, e molte altre cause per le quali aveva lottato in prima persona. Il 10 luglio 1989 la Francia approvava una legge sull’istruzione che, stabilendo la centralità dello studente nelle istituzioni scolastiche e universitarie, avviava una “rivoluzione copernicana” in campo educativo; nel 1994 la Comunità europea, il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione mondiale della sanità, in vista della promozione della salute della gioventù in Europa, precisavano la necessità di un approccio globale e centrato sull’individuo, secondo un orientamento in cui è evidente l’influsso rogersia¬no(26). «A me – diceva negli ultimi anni – sembra che senza saperlo io abbia espresso un’idea per la quale i tempi erano maturi. È come se in un laghetto diventato improvvisamente calmo si gettasse un sassolino: le increspature che si allargano sempre più non possono essere capite guardando il sassolino»(27). È così che, all’età di 75 anni, Carl Rogers, ancora entusiasta della vita e irresistibilmente attratto dalle nuove sfide dell’umanità, continuava a lavorare alacremente perché la sua opera si diffondesse nel mondo:

Scrivere è il mio modo di comunicare con un mondo a cui, in un senso molto concreto, sento di non appartenere dei tutto. […] Scrivere è il messaggio che metto in bottiglia e lancio nell’oceano. La mia sorpresa è che vi siano delle persone che in un gran numero di spiagge – psicologiche e geografiche – hanno trovato le bottiglie, scoprendo che il messaggio si rivolgeva a loro. Per questo continuo a scrivere(28). 

E per questo, in fondo, vale la pena continuare a rileggere Carl Rogers: perché il cuore del suo messaggio, a vent’anni dalla sua scomparsa, ancora parla agli uomini e alle donne del nostro tempo, alle professioni della cura e alle nostre istituzioni, richiamandoci costantemente alla riumanizzazione delle relazioni e delle organizzazioni, una sfida ancora sempre incompiuta eppure imprescindibile per un mondo che non voglia privarsi del valore, della dignità e delle risorse della persona umana.

Piacenza, a febbraio 2007
ventesimo anniversario della morte di Carl Rogers

Note

Avvertenza

Alcune opere di Rogers verranno indicate, in nota, con le seguenti sigle:

La terapia centrata-sul-cliente, Martinelli, Firenze 1970 TCSC
Terapia centrata sul cliente, La Nuova Italia, Firenze 1997 TCC
Libertà nell’apprendimento, Giunti-Barbera, Firenze 1973 LA
Un modo di essere. I più recenti pensieri dell’autore su una concezione di vita centrata-sulla-persona, Martinelli, Firenze 1983 ME
Potere personale. La forza interiore e il suo effetto rivoluzionario, Astrolabio, Roma 1978 PP

Le citazioni in italiano tratte dai testi in lingua originale sono tutte traduzioni dell’autore.

Introduzione

1. PP, p. 7.
2. H. Kirschenbaum, V. L. Henderson, Introduction, in Idd. (eds.), The Cari Rogers Reader, Houghton Mifflin, Boston 1989, p. XIII
3. C. R. Rogers, Autobiography, in E. G. Boring, G. Lindzey (eds.), A History of Psychology in Autobiography, vol. 5, Appleton-century-crofts, New York 1967, p. 343.
4. Ivi, p. 376.
5. D. Smith, Trends in Counseling and Psychology, in”American Psychologist”, 37, (198a), 7, pp. 802_9
6. D. Cain, Our International Family, in “Person-centered Review”, 2 (1987), 2, p. 139.Sui più recenti sviluppi internazionali dell’approccio centrato-sulla-persona cfr. A. de Peretti, Présence de Carl Rogers, Érès, Ramonville Saint-Agne 1997; G. T. Barrett-Lennard, Carl Rogers’Helping System. Journey and Substance, Sage Publications, London 1998; J. D. Bozarth, La terapia centrata sulla persona. Un paradigma rivoluzionario, Sovera, Roma 2001 (trad. dall’inglese).
7. Secondo Bozarth, per esempio, «dalla morte del Dott. Rogers, nel 1987, le distorsioni e le errate comprensioni dell’approccio sono diventate sempre più evidenti nella letteratura sul counseling e sulla psicoterapia» (Bozarth, La terapia, cit., p. 9).
8. Lo stesso Rogers concepiva l’orientamento a cui aveva dato vita non come un sistema cristallizzato, ma come tiri indirizzo di ricerca in continua evoluzione: «C’è stata una tendenza a considerare l’approccio nondirettivo o centrato-sul-cliente come qualcosa di statico: un metodo, una tecnica, un sistema piuttosto rigido. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. I professionisti che lavorano con questo approccio utilizzano concetti dinamici, costantemente rivisti alla luce della continua esperienza clinica e dei risultati delle ricerche. […] In questo flusso di pensiero in trasformazione ci sono alcune ipotesi centrali che danno continuità allo sviluppo della ricerca di ulteriori conoscenze. […] Questo significa inevitabilmente che la caratteristica principale di tale terapia è il cambiamen¬to e non la rigidezza» (TCC, p. 4). Sviluppi significativi sono stati intro¬dotti, per esempio, da Eugene Gendlin, fondatore di un orientamento “esperienziale” di psicoterapia, o da Robert Carkhuff, che ha contribuito alla definizione operativa dei cosiddetti counselingskills al fine di elaborare percorsi di training che possano tradurre concretamente le “condizioni” rogersiane in competenze (cfr. E. T. Gendlin, Experiencing and the Creation of Meaning, The Free Press of Glencoe, New York 1962; Id., Focusing, Everest House, New York 1978; R. R. Carkhuff, Helping and Human Relations, 2 voli., Holt, Reinhart and Wiston, New York 1969).
9. M. M. Bisogni, L’approccio centrato sulla persona. Attualità del metodo rogersiano nell’educazione e nel counseling, FrancoAngeli, Milano 1983, p.11.
10. LA, p. 249.
11. TCSC, p.33.
12. R. E. Farson, Carl Rogers, Quiet Revolutionary, in “Education”, 95(1974), 2, p.197.
13. PP, p. 7.
14. Cfr. H. Kirschenbaum, On Becoming Carl Rogers, Delta, New York 198o,p.394
15. Cfr. V. E. Frankl, Alla ricerca di un significato della vita. I fondamenti spiritualistici della psicoterapia, Mursia, Milano 1980 (trad. dal tedesco),p. 32.
16. E. T. Gendlin, Foreword, in C. R. Rogers, D. E. Russell, Cari Rogers. The Quiet Revolutionary. An Oral History, Penmarin Books, Roseville 2002, p. XII (l’opera è stata recentemente pubblicata in italiano con il titolo Carl Rogers. Un rivoluzionario silenzioso, La Meridiana, Molfetta zoo6).
17. Rogers fu il primo, fin dal 1938, ad adottare il metodo della registrazione magnetofonica delle sedute psicoterapeutiche a scopo di ricerca scientifica.
18. Per alcuni aspetti, Rogers può essere annoverato tra i precursori della ricerca empirica orientata in senso fenomenologico. Sullo sviluppo della ricerca nei diversi ambiti teorici e applicativi dell’approccio rogersiano si veda il resoconto aggiornato di De Peretti, Présence de Carl Rogers, cit., pp. 223ss., nonché il dettagliato rapporto di Barrett-Lennard, Carl Rogers’Helping System, cit., pp. 232-323.
19. PP, p. 13.
20. Rogers, Autobiography, cit., p. 375.
21. Ivi, p. 380.
22. B. Thorne, Carl Rogers, Sage Publications, London 1992, p. 64.
23. Rogers, Autobiography, cit., p. 379.
24. De Peretti, Présence de Carl Rogers, cit., p. 17.
25. Ivi, p. 20
26. Ibid.
27. ME, p. 47.
28. Ivi, p. 72.