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  • giulioammannato

Su Saggezza e Libertà



Che cosa vuol dire, in fondo, scrivere?

La scrittura non è “solo” la cura del lessico, della morfologia e della sintassi ma, da un punto di vista dell’anima, è strumento di Cura; del Prendersi Cura.

Almeno per me

La Parola, come ci ricorda De Saussure, è un atto specifico, singolare, molteplice e profondamente soggettivo. Multiforme.

C’è la Lingua e c’è la Parola. C’è un parlare e un dire.

E, attraverso la scrittura, si dice molto.

Come me, lo sanno i miei clienti: quando vengo a conoscenza che alcuni di loro amano redigere diari, li invito, sempre che vogliano farlo, a utilizzare la scrittura come strumento di facilitazione al cambiamento.

I loro diari, preziosi, sono profondi “pezzi staccati”; istantanee della loro esistenza; apprendimenti continui e sempre mutevoli. Pezzi, unici, soggettivi ed irripetibili; come le loro parole.

La scrittura ci ricorda, infatti, come siamo un continuo flusso vitale mai uguale a se stesso.

la scrittura ci ricorda quanto, attraverso la narrazione, possiamo essere profondamente autentici.

La scrittura, allora, è la voce della nostra Saggezza Organismica (Rogers, 1951): la parola non teme la verità; si mostra per ciò che è.

È ciò che succede anche a me: lo scrivere dà forma ai miei “pezzi sparsi”; al mio sentire più intimo, compreso tutto ciò che non vorrei affrontare. Soprattutto ciò che non vorrei affrontare.

La scrittura mi permette - e mi ha permesso in uno dei periodi più bui della mia vita, durante la malattia di mio marito - di non crollare.

La scrittura è quell’arma che mi ha permesso di restare ancorata all’esistenza, proprio come l’alga di Rogers (Rogers, 1980) che, nonostante la terribile tempesta - è riuscita a non staccarsi dallo scoglio.

La scrittura, quindi, come ci ricorda Lady Macbeth di Shakespeare, dà voce al dolore che, altrimenti, rischierebbe di spezzare un fragile cuore.

La scrittura ci fa germogliare anche nelle emergenze più nere.

Ecco, allora, come il mio ultimo libro - “Su Saggezza e Libertà” - sia proprio quell’alga del pacifico; quei germogli di patata che, ostinati, non vogliono demordere: caparbie, mirano alla luce, consapevoli che, pur non essendo floride, sono comunque degne di vivere.

Un libro liberamente saggio.


Francesca Carubbi



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