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Dalla Congruenza alla Consapevolezza Una lettura fenomenologico-esistenziale

  • giulioammannato
  • 15 feb
  • Tempo di lettura: 27 min

Di Luca Cocciaretto - Allievo corso quadriennale QRM29



Indice

  1. Capitolo I. Il concetto di congruenza secondo Carl Rogers.

    1.  Introduzione.

    2.  La congruenza come condizione facilitante.

    3.  La congruenza come componente della teoria di personalità.

    4.  La congruenza come obiettivo terapeutico.

    5.  La congruenza come concetto trasversale.

  2. Capitolo II. La fenomenologia della congruenza.

    1.  Il concetto di experiencing.

    2.  Experiencing, simbolizzazione e consapevolezza.

    3.  Il funzionamento esistenziale.

    4.  La presenza come apice del funzionamento esistenziale.

    5.  La congruenza come modo di essere consapevole.

  3. Capitolo III. La mindfulness: una prospettiva alternativa.

    1.  Introduzione

    2.  Sovrapposizioni e similitudini con la congruenza

    3.  Conclusione


Abstract

Il presente contributo analizza il concetto di congruenza all'interno dell'approccio centrato sulla persona sviluppato da Carl Rogers, evidenziandone la natura complessa, dinamica e trasversale. Dopo averne esaminato il significato come condizione facilitante, componente della teoria della personalità e obiettivo del processo terapeutico, il lavoro approfondisce la prospettiva fenomenologica proposta da Eugene Gendlin, focalizzandosi sul ruolo dell’experiencing e della simbolizzazione. In seguito, viene proposta una lettura evolutiva del pensiero rogersiano, che propone come elemento essenziale della congruenza la consapevolezza dell'esperienza organismica. Infine, viene argomentata una sostanziale corrispondenza tra la congruenza e il concetto di mindfulness, intesa come consapevolezza del momento presente. Attraverso un confronto teorico tra le due prospettive, si ipotizza che la congruenza possa essere considerata una forma occidentale e psicologicamente fondata di consapevolezza mindful, configurandosi come un costrutto ponte tra la psicologia umanistica e le pratiche contemplative. L’obiettivo del lavoro è offrire una rilettura integrata del concetto di congruenza, ampliandone il valore clinico e teorico in chiave fenomenologico-esistenziale.


Il concetto di congruenza secondo Carl Rogers


Introduzione

In un ben noto articolo Rogers (1957) definisce per la prima volta in maniera sistematica le sei condizioni necessarie e sufficienti al cambiamento della personalità del cliente. La relazione terapeutica è descritta come un contatto psicologico (prima condizione) che avviene fra una persona incongruente, ossia il cliente (seconda condizione), e una congruente, ossia il terapeuta (terza condizione). L’autore più avanti spiega che l’incongruenza è uno stato di discrepanza fra l’esperienza organismica e il concetto di sé. Al contrario la congruenza, definita anche con il termine di genuinità, consiste nell’essere profondamente e totalmente sé stessi all’interno della relazione, tramite una corrispondenza fra lo stato interno e la consapevolezza di sé del terapeuta.


Di conseguenza all’interno dell’approccio centrato sulla persona il livello di congruenza è una caratteristica importante per entrambi i protagonisti del contatto psicologico in atto. Infatti, per il cliente, che ne sia consapevole o meno, è proprio lo stato di incongruenza a causare il disagio psicologico che manifesta. Mentre il terapeuta per essere veramente efficace e promuovere un cambiamento positivo della personalità dell’altro deve essere necessariamente caratterizzato da un buon livello di integrazione fra la propria esperienza organismica e il proprio concetto consapevole di sé. Nel medesimo articolo l’autore specifica che al pari di tutte le altre condizioni, eccetto la prima (ossia l’esistenza o meno di un contatto psicologico), la congruenza è una variabile continua, che quindi può essere più o meno presente nel terapeuta e nel cliente. Nei prossimi paragrafi ne andremo ad analizzare meglio il significato da tre punti di vista principali:


  1. Come condizione facilitante del terapeuta.

  2. Come componente della teoria di personalità.

  3. Come obiettivo terapeutico.  


Infine, sarà presentato un commento finale al concetto di congruenza nella teoria di Carl Rogers.


La congruenza come condizione facilitante

Nel 1951 Rogers pubblicò un testo fondamentale: la “Terapia Centrata sul Cliente” (Rogers, 1951; trad. it.) è il nome scelto per rappresentare al meglio l’evoluzione della prospettiva dell’autore riguardo al processo terapeutico. In esso viene introdotta l’ipotesi fondamentale dell’approccio, ossia il fatto che il cliente è capace di auto-determinarsi e dirigersi da solo verso gli obiettivi per lui desiderabili. L’attività del terapeuta deve essere quindi basata su una fiducia profonda sulla capacità del cliente di trovare la propria strada verso una ristrutturazione positiva di sé. Di conseguenza il rispecchiamento degli atteggiamenti e delle emozioni della persona è considerato come l’intervento principe atto a facilitare tale processo.


Nonostante il focus sia quindi sull’empatia e sul rispetto profondo per il cliente, vengono introdotti alcuni elementi che richiamano fortemente il concetto di congruenza. Ad esempio, nel capitolo relativo all’atteggiamento e orientamento del counsellor  afferma: "Si può dire con più precisione che il counsellor che conduce efficacemente la terapia centrata sul cliente utilizza un insieme coerente di atteggiamenti profondamente radicati nella sua organizzazione personale, un sistema di atteggiamenti che si realizza con tecniche e metodi coerenti con quello stesso sistema" (Ibidem, p.51). Più avanti viene specificato come i terapeuti spesso abbiano una buona concezione intellettuale degli scopi desiderabili da perseguire nei colloqui terapeutici. Possono quindi pensare che sia auspicabile un atteggiamento empatico, non direttivo e fiducioso nelle capacità della persona.


Al contempo all’interno dell’interazione col cliente potrebbero non incarnare realmente gli scopi che sono stati cognitivamente definiti con precisione. Al contrario, specie con il comportamento non verbale, potrebbero comunicare ai clienti delle intenzioni completamente diverse. A tal riguardo l’autore esprime l’importanza di una costante revisione del proprio lavoro tramite registrazioni, proprio per prendere consapevolezza di quelle discrepanze fra i propri atteggiamenti e concezioni consce, e quelle che si manifestano realmente all’interno delle sedute. Lucia Lumbelli, nel suo articolo introduttivo inserito nell’edizione italiana di "Terapia Centrata sul Cliente" (Ibidem, p.7-13) argomenta che l’approccio centrato sulla persona non si possa definire facendo riferimento esclusivamente all’ utilizzo di tecniche, piuttosto il terapeuta deve tradurre in termini operazionali le proprie concezioni sulla persona del cliente e sul processo terapeutico. Sembra quindi emergere in questo contributo di Rogers la nozione che non è sufficiente mettere in atto delle indicazioni operative, ma è essenziale essere genuinamente portatori e implementatori dell’ipotesi fondamentale proposta nel libro per essere realmente efficaci. Interessante è anche l’osservazione di una cliente riguardo alla modificazione della sua percezione del terapeuta: "Lei sta incominciando ad assomigliare molto di più a una persona che non a un membro della categoria dei 'counsellor'. In questo colloquio mi è sembrato che quello che lei diceva fosse molto più simile al suo sé complessivo che non a quella parte di lei che è un counsellor" (Ibidem, p.137). Rogers a questo proposito, commenta che è riduttivo pensare al terapeuta come uno specchio degli atteggiamenti e delle emozioni del cliente, piuttosto egli mette in gioco tutto sé stesso per facilitarlo nella sua ristrutturazione. Egli diviene in buona sostanza un compagno di viaggio, una persona che accompagna un’altra persona nel difficile percorso entro di sé. Altrettanto significativo è il contributo di Oliver H. Brown riportato nel capitolo dedicato al processo della terapia (Ibidem, p.183-187).


In esso esprime la convinzione da lui maturata che il terapeuta per essere veramente efficace non debba escludere dalla relazione con l’altro i propri sentimenti e bisogni. Egli ritiene che un’esposizione genuina tramite le proprie comunicazioni e comportamenti di tali aspetti personali sia in realtà un elemento positivo per la riuscita del processo. Infatti, basandosi sulla propria esperienza clinica giunge a concludere che la libera espressione dei propri sentimenti e bisogni autorizza implicitamente anche il cliente a esprimersi liberamente. Al contrario, l’assunzione di una prospettiva neutra, che nega un autentico coinvolgimento umano con l’altro sembra produrre l’effetto opposto, comunicando tacitamente che è pericoloso esporre i propri reali vissuti interiori. Contemporaneamente, l’esplicitazione del fondamentale bisogno di calore che contraddistingue tutte le relazioni umane significative, contribuisce a far percepire un reale interesse verso il cliente, favorendo anche in questo caso una maggiore efficacia del processo. Come afferma Rogers nel commento a questo contributo, l’elemento basilare della terapia centrata sul cliente sembra essere quindi la qualità emotiva del contatto stabilito con esso, piuttosto che il contenuto verbale della comunicazione.


In questi passaggi tratti da "Terapia Centrata sul Cliente" emerge il fatto che la congruenza non è un insieme di tecniche o atteggiamenti da applicare in maniera strumentale. Al contrario, si tratta di un modo di essere, una specifica modalità di entrare in relazione con il cliente che presuppone la presenza di alcune caratteristiche che contraddistinguono profondamente la personalità del terapeuta. Nell’articolo già citato nell’introduzione (Rogers, 1957), l’autore propone il termine di "genuinità" come sinonimo di congruenza. Ciò è significativo, poiché evidenzia la necessità di essere completamente sé stessi all’interno del contatto psicologico con l’altro. Una definizione più precisa del concetto di congruenza viene data però in un articolo pubblicato nel 1959 (Rogers, 1959), dove Rogers sistematizzò in maniera più approfondita i capisaldi della sua teoria. Essa viene intesa come uno stato nel quale l’individuo è caratterizzato da una corrispondenza profonda fra il proprio campo fenomenico, comprensivo di tutte le sue esperienze personali, e la struttura cosciente del proprio sé.


L’ipotesi proposta da Rogers, è che la congruenza sia di per sé terapeutica nel caso in cui venga percepita almeno in minima parte dal cliente assieme ad un reale rispetto ed ascolto empatico. Essere congruente per il terapeuta significa essere pienamente integrato sul piano organismico, concettuale e comportamentale. Il cliente deve quindi essere messo nella condizione di percepirlo come autentico, genuino e trasparente (Rogers, 1979). Infatti, non è possibile stabilire una relazione veramente terapeutica nascondendo i propri reali sentimenti e atteggiamenti. La capacità del terapeuta di accettare completamente i propri stati interiori e saperli comunicare per come essi sono al cliente è una componente essenziale dell’approccio rogersiano, anche quando questi sono apparentemente incompatibili con lo stereotipo comune di psicoterapia (Rogers, 1995).


La congruenza come componente della teoria di personalità

È di particolare interesse per l’argomento il capitolo di "Terapia Centrata sul Cliente” denominato: “Una teoria della personalità e del comportamento" in cui Rogers (Roger, 1951; trad. it. p. 343-394) espone le note 19 proposizioni che presentano la posizione filosofica ed eziopatogenetica su cui si basa l’approccio centrato sul cliente. L’essere umano è descritto come un’unità olistica mente-corpo in costante interazione con l’ambiente circostante. Alla nascita il bambino è fondamentalmente guidato dal proprio organismo, che indirizza il suo comportamento all’interno del proprio contesto di vita.


La realtà è definita come soggettiva, ossia essa corrisponde con ciò che viene percepito e, più avanti, simbolizzato di essa. In sostanza la realtà coincide con il campo fenomenico individuale. Quindi il bambino è naturalmente predisposto a perseguire lo sviluppo del proprio organismo, valutando le esperienze che vive in base a quanto esse favoriscono o meno tale sviluppo. Per cui, in lui non esiste alla nascita alcuna incoerenza, ma tutto ciò che fa deriva da uno stato di integrazione profonda (Rogers, 1964). Con la crescita, una parte del campo fenomenico comincia a distinguersi dal resto: l’interazione con le figure significative, la valutazione delle esperienze piacevoli e non, e la percezione del controllo volontario su alcune componenti del campo portano alla nascita del sé. Il bambino, quindi, inizierà a simbolizzare le proprie percezioni, ossia a osservarle e definirle in maniera consapevole. Secondo l’autore (Rogers, 1959) il "sé" è quindi una struttura integrata e organizzata, di natura dinamica, che include al suo interno:


  1. Le percezioni relative al soggetto.

  2. Le percezioni relative al soggetto in relazione con gli altri e con l’ambiente.

  3. I valori associati a tali percezioni.


Durante i primi anni di vita, uno dei contenuti più importanti simbolizzati nel sé è quello di essere un oggetto degno di amore da parte dei genitori. Per cui quando ciò viene messo in discussione, per esempio nel caso in cui un genitore sia deluso o arrabbiato con il bambino, egli potrebbe introiettare l’idea che alcuni suoi sentimenti, atteggiamenti o comportamenti siano inaccettabili. Di conseguenza, il suo sé andrà a riorganizzarsi escludendo o distorcendo le parti problematiche che possono potenzialmente portare a una perdita dell’amore dei suoi protettori (Rogers, 1951). Secondo la teorizzazione di Rogers, l‘eziopatogenesi consiste nell‘introiezione di aspetti dell’esperienza esterna che non riflettono la realtà organismica soggettiva, ma che vengono comunque vissuti come propri. Infatti, l’essere umano ha il bisogno fondamentale di essere considerato positivamente. La soddisfazione di questo bisogno si basa necessariamente sulle inferenze tratte dal campo esperienziale di un altro significativo. Per cui il bambino per potersi considerare positivamente deve percepire di esserlo da parte dei genitori.


Successivamente, codesto bisogno diverrà indipendente dalle transazioni sociali stesse, ossia l’individuo percepirà la necessità di avere una considerazione positiva per sé stesso. Tuttavia, le introiezioni precedenti di carattere sociale continueranno a determinare le condizioni di valore per le quali egli si sente o meno degno di ciò. Secondo tale concezione, l’ansia e il disagio derivano proprio dalla subcezione (ossia la percezione pre-consapevole) di aspetti del campo fenomenico che sono potenzialmente in contrasto con la struttura del sé e le sue condizioni di valore introiettate. Il senso di minaccia causa, quindi, l’innalzamento di difese atte a impedire l’accesso alla coscienza dei percetti problematici, oppure dirette a distorcere l’esperienza in modo da renderla compatibile con il sé. L’incongruenza è perciò la condizione nella quale l’individuo è incapace di integrare nel sé tutte le componenti del campo fenomenico, proprio a causa dell’incompatibilità con le condizioni di valore introiettate (Rogers, 1959). 


La congruenza come obiettivo terapeutico

Nel 1947, Rogers riporta una serie di osservazioni cliniche raccolte tramite l’uso del magnetofono (Rogers, 1947). Nello specifico vengono riassunte le principali convinzioni su di sé di alcuni clienti, confrontandole con le convinzioni sviluppate a seguito del percorso terapeutico effettuato. Ciò che si osserva è una variazione della modalità entro la quale i clienti si percepiscono, sviluppando una maggiore ampiezza dei percetti, una maggiore integrazione delle parti del sé che prima non erano riconosciute e una maggiore capacità di accettare atteggiamenti, emozioni e comportamenti che prima erano ritenuti inaccettabili. Rogers sulla base delle osservazioni, ipotizza che sia proprio la ristrutturazione dell’ermeneutica interna della persona a favorire l’affievolimento dello stato di tensione iniziale, sostituito da un senso maggiore di agio e libertà. L’obiettivo terapeutico fondamentale secondo tale prospettiva è quindi quello di favorire lo sviluppo di una struttura del sé integrata e capace di assimilare senza omissioni o distorsioni le variegate sfaccettature dell’esperienza del cliente.


Questa concezione è presente anche se in una forma meno elaborata in "Psicoterapia di Consultazione" (Rogers, 1942; trad. it. p.171-214), specificamente all’interno del capitolo dedicato all’insight, nel quale viene descritto il processo di acquisizione di autocomprensione e maggiore accettazione che avviene gradualmente nella persona esposta al contatto psicologico. In questo pregnante contributo Rogers evidenzia come l’aumento di tali caratteristiche sia di per sé sufficiente per la messa in atto di nuovi comportamenti, diretti ad obiettivi più realistici ed in linea con la consapevolezza sviluppata. L’autore specifica nel capitolo successivo (Ibidem, p.215-235), che una volta emerso un certo grado di insight il compito del terapeuta è quello di favorirne un ulteriore sviluppo, di fatto suggerendo un’assenza di particolari differenze nell’approccio utilizzato in questa fase del processo. Piuttosto è il cliente stesso che provvisto ormai di una nuova gestalt interna si sente sempre più conscio degli obiettivi per lui veramente importanti e maggiormente convinto di poterli raggiungere tramite nuovi atteggiamenti e comportamenti.


Per cui il counsellor, continuando ad applicare una modalità non direttiva accompagna la persona nell’implementazione delle sue nuove scoperte. In "Terapia Centrata sul Cliente" l’autore afferma che nel mezzo del processo "al cliente è chiaro che in lui stesso ci sono delle incoerenze disturbanti, e che egli non è ciò che pensa di essere" (Rogers, 1951; trad. it. pg. 71). Il clima di ascolto e rispetto profondi permette l’emergere e la presa di consapevolezza delle incongruenze, che vengono poi affrontate e riesaminate producendo una nuova e più coerente configurazione del sé del cliente. La ristrutturazione del sé è quindi identificata come la componente cardine del cambiamento terapeutico, ed è composta da una fase iniziale di decostruzione di quegli aspetti contraddittori che causano sofferenza, per poi passare ad una ricostruzione che integra le scoperte effettuate durante i colloqui. Nel capitolo dedicato al processo della terapia del medesimo testo (Ibidem, p.155-211), viene ribadito il ruolo dell’insight nella costruzione di una nuova gestalt del sé del cliente.


Ciò comporta il passaggio da atteggiamenti negativi a una maggiore presenza di atteggiamenti positivi, uno spostamento del focus al “me, qui e ora”, con minori riferimenti al passato e all’ambiente circostante. Il cliente sviluppa un senso maggiore di autenticità, di coerenza e sintonia con sé stesso e con ciò che vorrebbe essere.  L’esplorazione dei propri vissuti gli consente di prendere coscienza degli aspetti di sé incongruenti o esclusi dalla propria percezione, e di simbolizzarli in maniera più adeguata e differenziata. In uno studio condotto al centro di counselling dell’Università di Chicago (Rogers, 1955), si osservano degli effetti degni di nota a seguito dell’esposizione alla terapia:


  1. Avviene un cambiamento significativo nella struttura del sé dei clienti.

  2. Aumenta il grado di congruenza fra il sé attuale e il sé ideale.

  3. Il sé ideale assume delle caratteristiche più realisticamente raggiungibili.

  4. Aumenta il grado di correlazione fra il sé attuale del cliente e il prototipo di sé psicologicamente adattato stabilito da un gruppo di psicologi clinici indipendenti. 


Nel capitolo finale di "Terapia Centrata sul Cliente" (Rogers, 1951; trad. it. p. 343-394), l’autore sostiene che una terapia portata a termine con successo produrrà invariabilmente un aumento di congruenza fra l’esperienza globale e la struttura del sé, diminuendo sia le esperienze negate alla coscienza, sia le simbolizzazioni distorte. Perciò, la formazione di una struttura del sé più integrata e corrispondente con il campo fenomenico globale dell’individuo è l’obiettivo cardine della terapia centrata sul cliente.  La persona completamente funzionante ha un sé pienamente congruente con la propria esperienza, è capace di simbolizzare correttamente tutti gli elementi che appartengono al proprio campo fenomenico e di integrarli nella struttura del sé in maniera fluida e dinamica (Rogers, 1959). Ciò comporta alcune caratteristiche:


  1. Adattamento psicologico: la congruenza è fondamentalmente un sinonimo di adattamento psicologico, in quanto corrisponde ad una diminuzione dello stato di tensione (psicologica e fisiologica) ed ansietà del cliente. Inoltre, la riduzione delle condizioni di valore introiettate consente un aumento della considerazione positiva di sé.

  2. Apertura all’esperienza: è il polo opposto dell’atteggiamento difensivo. Ogni stimolo interno o esterno è perfettamente disponibile a livello cosciente, senza omissioni o distorsioni.

  3. Estensionalità: la persona congruente si basa il più possibile sui fatti piuttosto che sui concetti o sulle astrazioni. Ha la tendenza a testare le proprie convinzioni rispetto alla realtà.

  4. Maturità: la congruenza corrisponde con il grado di maturità. L’individuo maturo accetta la responsabilità su di sé e sulle proprie azioni, valuta la realtà in base all’evidenza (estensionalità), riconosce i propri meriti e quelli degli altri.


Congruenza come concetto trasversale

Come abbiamo visto nei precedenti paragrafi, la congruenza è un costrutto sfaccettato e trasversale nella teoria formulata da Carl Rogers. In ambito terapeutico, il professionista deve necessariamente avere un buon grado di congruenza all’interno della relazione, mentre il cliente si trova in uno stato di carenza di questa caratteristica, ed è per questo incongruente entro una certa misura. Secondo la teoria della personalità, ogni essere umano è alla nascita perfettamente integrato. Tuttavia, a seguito di esperienze ambientali non ottimali, può introiettare aspetti dell’ambiente circostante che lo portano a sviluppare un certo grado di incongruenza, a causa dell’acquisizione entro la struttura del sé di condizioni di valore che limitano la sua capacità di esperire pienamente il proprio campo fenomenico.


Oltretutto, tali condizioni compromettono la predisposizione individuale a considerarsi positivamente. In conclusione, la congruenza può essere descritta operativamente come una caratteristica della personalità, quantificabile come variabile continua, che indica quanto la persona è integrata fra il piano della propria esperienza organismica, del concetto di sé e del comportamento. Dal punto di vista esterno, la persona congruente appare spontanea, genuina e trasparente, proprio perché è presente un profondo radicamento organismico. L’obiettivo della terapia è quindi quello di assistere il cliente nella difficile riacquisizione di un livello soddisfacente di congruenza, che gli permetta di divenire più psicologicamente adattato e maturo. Nonostante questa definizione sia soddisfacente nel creare un senso unificato di che cosa sia a livello teorico, il significato fenomenologico della congruenza è molto più profondo ed esistenziale. Lo stesso Rogers la ha definita anzitutto come un modo di essere (Rogers, 1961). 


La fenomenologia della congruenza

Questo capitolo approfondirà il concetto di congruenza da un punto di vista fenomenologico ed esistenziale, facendo riferimento al precedente ed integrando con il contributo di Gendlin alla teoria rogersiana. Introdurrò inoltre l'ipotesi di questo contributo, ossia che la congruenza può essere reinterpretata come consapevolezza del campo fenomenico.  


Il concetto di experiencing 

Rogers definisce il campo fenomenico come sinonimo di esperienza. Esso include quindi tutto ciò che avviene entro l’organismo umano, sia ciò che è consapevole, sia tutto ciò che non è stato simbolizzato, ma che può potenzialmente avere accesso alla coscienza. Per “sé”, come visto, si intende l’organizzazione integrata dei percetti compatibili con le proprie condizioni di valore. Tuttavia, fanno parte del campo anche tutti i percetti non ancora simbolizzati, ossia il flusso esperienziale definito "experiencing" da Gendlin (1961). Esso ha alcune caratteristiche costitutive: anzitutto è un processo dinamico di natura organismica, che riguarda quindi dati sensoriali e sentimenti piuttosto che cognizioni o astrazioni intellettuali. Essi hanno una natura indifferenziata e preconcettuale, ma costituiscono la base per le simbolizzazioni, e contengono quindi implicitamente molteplici significati che possono essere sviluppati tramite un’adeguata esplorazione, ad esempio nel contesto della psicoterapia. Una funzione essenziale dell’experiencing riguarda la sua natura integrativa, per la quale le esperienze passate e attuali vengono condensate in una data sensazione o sentimento contestualmente rilevante nel momento presente.


Per l’autore, il concetto di congruenza non riguarda quindi la capacità dell’individuo di concettualizzare a livello cognitivo le sue esperienze, ma piuttosto di poter essere guidato nei suoi comportamenti da questo processo integrativo implicito e preconcettuale (Gendlin, 1959). La persona con funzionamento ottimale è libera di riferirsi a tutte le sue esperienze passate e presenti, e altrettanto libera di concettualizzare gli impliciti significati contenuti in esse. Tuttavia, non è necessario che tutti i dati esperienziali siano consapevolmente rappresentati a livello cognitivo. Rogers stesso utilizzò il concetto di experiencing per riformulare in maniera più precisa la propria teoria (Rogers, 1964). Egli definisce infatti la persona matura in base al grado in cui ella ha fiducia e si riferisce alla naturale saggezza del proprio organismo per la messa in atto dei propri comportamenti. La differenza con il bambino risiede quindi nel fatto che l’adulto può utilizzare questi dati interiori in maniera esplicita e consapevole, formulandone una simbolizzazione e concettualizzazione che può poi essere comunicata verbalmente. 


Experiencing, simbolizzazione e consapevolezza

Rogers (1959) definisce la simbolizzazione come sinonimo di consapevolezza e coscienza, specificando che simbolizzare equivale a creare una rappresentazione interiore di un dato aspetto esperienziale, non necessariamente attraverso simboli verbali. La persona congruente è dunque aperta al flusso dell’experiencing organismico e capace di soffermare l’attenzione cosciente sui propri stati interiori, attribuendo loro una rappresentazione simbolica che ne rispecchi i significati impliciti. Tuttavia, come nota Gendlin (1959), è necessario distinguere tra una mera intellettualizzazione e una simbolizzazione accurata. Nel primo caso manca un reale contatto con il flusso esperienziale: è infatti possibile descrivere anche vividamente un’esperienza a livello cognitivo senza riferirsi ad aspetti effettivamente presenti a livello organismico. La simbolizzazione accurata, al contrario, prende avvio da un dato esperienziale preriflessivo, soggettivamente avvertito come significativo. In questa prospettiva, la coscienza o consapevolezza può essere intesa come il processo attraverso il quale l’individuo rimane aperto alla propria esperienza interiore, senza censura o distorsione, rendendola disponibile a un’elaborazione simbolica aderente al dato esperienziale (Gendlin, 1959; Rogers, 1959). Il grado di congruenza può dunque essere descritto come il livello di consapevolezza dell’individuo rispetto al proprio campo fenomenico (Rogers, 1979), che si esprime tramite:


  1. L’apertura all’esperienza organismica, che non è distorta o negata.

  2. L’aderenza delle simbolizzazioni ai dati esperienziali preconcettuali.


Il funzionamento esistenziale

La persona congruente tende a riferirsi alla realtà tramite il proprio processo di experiencing, ossia con uno sguardo scevro da distorsioni, negazioni e interpretazioni aprioristiche. Essa dispone di una personalità fluida e aperta, ed è contraddistinta dalla non assunzione di sistemi di pensiero dogmatici (Cornelius-White, 2007). È capace di accettare pienamente i propri vissuti e di simbolizzarli adeguatamente in maniera coerente, cioè non sono presenti introiezioni valoriali tali da impedire la consapevolezza della realtà soggettiva presente. Come abbiamo visto nella concettualizzazione di congruenza data da Gendlin (1959), emerge la nozione per cui essa dipende dal grado in cui l’individuo fa riferimento all'esperienza organismica come guida per le proprie simbolizzazioni e i propri comportamenti. Il sé passa quindi in secondo piano, come un prodotto emergente dall’esperienza presente, piuttosto che come struttura rigida che definisce la persona. In realtà, tale concezione è già presente nella diciannovesima proposizione della teoria di personalità di Rogers, in quanto l’autore specifica che: "quando l’individuo percepisce e integra nella struttura del sé esperienze organismiche, scopre che sta sostituendo al suo attuale sistema di valori - in gran parte basato su introiezioni simbolizzate in modo distorto - un processo continuo di valutazione organismica” (Rogers, 1951; trad. it. pg. 384).


Ciò viene ulteriormente elaborato in "On becoming a person: A therapist's view of psychotherapy", dove egli spiega che: "la persona perfettamente aperta alla propria esperienza, e del tutto libera da atteggiamenti difensivi, sente ogni esperienza come fresca e nuova. Per lei, infatti, la configurazione complessa di stimoli interni ed esterni che esiste in un determinato momento non è mai esistita, prima, nello stesso identico modo. Come conseguenza, una tale persona si rende conto che <<ciò che sarò fra poco, e ciò che farò, sarà la risultante delle forze che agiranno in quel momento e non potrà essere predetto né da me né da nessun altro>>. Si può esprimere la 'fluidità' presente in questo modo esistenziale di vivere, dicendo che l'immagine di sé e la personalità emergono dall'esperienza, a differenza di quanto avviene abitualmente, quando l'esperienza è sfigurata e distorta per renderla compatibile con l'immagine di sé" (Rogers, 1961; trad. it. p.183-184). Di conseguenza essere pienamente consapevoli del proprio experiencing comporta una destrutturazione del sé, che viene vissuto come un processo fluido, dinamico e affidabile, piuttosto che come un insieme rigido di convinzioni. Essere consapevole equivale a non avere pregiudizi, aspettative, e schemi fissi che vadano in qualche modo a filtrare e distorcere la realtà soggettiva, determinata primariamente a livello organismico.


La presenza come apice del funzionamento esistenziale

Negli ultimi paragrafi ho argomentato che esiste una consistente interconnessione fra congruenza e consapevolezza, di cui sia Rogers che Gendlin parlano nei propri articoli, senza mai però focalizzarla in maniera specifica. Tuttavia, negli ultimi anni della sua vita Rogers ne riporta una sua personale visione in due contributi, un articolo del 1979 (Rogers, 1979) e un'intervista da parte di Michele Baldwin pubblicata nel 1987 (Baldwin, 1987). In essi il padre dell'approccio centrato sulla persona dà un resoconto delle scoperte effettuate durante la sua lunga carriera. L'autore ribadisce l'importanza della tendenza attualizzante, ossia la naturale tendenza dell'essere umano a svilupparsi, crescere e auto-determinarsi in base alle sue intrinseche potenzialità organismiche.


La fiducia nelle risorse naturali dell'essere umano è forse il più importante caposaldo del suo approccio; tuttavia, egli non si limita a definirlo come un fenomeno circoscritto all'umanità, ma riguarda un aspetto più profondo e pervasivo dell'esistenza stessa. A livello scientifico, sono stati effettuati numerosi studi riguardo al concetto di entropia, ossia come l'universo tenda costantemente verso uno stato di maggiore disorganizzazione e caos. Al contrario, poca attenzione viene data al processo inverso, quello che l'autore definisce la tendenza formativa. Infatti, coesiste con l'entropia una fondamentale spinta universale all'organizzazione, al passaggio verso forme più complesse e strutturate. Lo stesso sviluppo della vita organica rappresenta un esempio lampante di questo fenomeno, così come la formazione dei corpi celesti e delle galassie a partire da semplici particelle di gas in moto nel vuoto cosmico. Tale processo si ripercuote anche sullo sviluppo evoluzionistico dell'essere umano: la coscienza rappresenta per Rogers il culmine del processo evolutivo.


L'essere umano, secondo questa ipotesi, tenderebbe a uno stato sempre maggiore di integrazione consapevole, una presa di coscienza sempre maggiore del suo campo fenomenico globale. Questo stato di integrazione completo consentirebbe all'individuo di sviluppare appieno le proprie intrinseche potenzialità, compiendo le sue scelte in maniera libera da qualsiasi struttura rigida di pensiero. L'autore ipotizza che questo profondo stato di integrazione, di cui ha fatto esperienza nel contesto della psicoterapia, non sia dissimile dagli stati trascendentali e mistici propri delle tradizioni meditative orientali (Rogers, 1979). È proprio in questo stato di profonda interconnessione con sé e con la natura dell'esistenza che Rogers ritiene di essere maggiormente efficace. Egli definisce questo stato alterato di coscienza come "presenza".


Questo concetto viene spiegato così dall'autore all'interno dell'intervista di Baldwin: "Come ho detto di recente, trovo che quando sono più vicino al mio sé interiore ed intuitivo – quando forse sono in qualche modo in contatto con il mio sé sconosciuto – quando sono forse in uno stato di coscienza lievemente alterato nella relazione, allora, qualsiasi cosa faccia sembra essere piena di guarigione. Allora la mia semplice presenza diviene liberatoria e utile. Sembra che il mio spirito interiore abbia conosciuto e toccato lo spirito interiore dell'altro. La nostra relazione trascende sé stessa e diventa parte di qualcosa di più grande. Si manifestano una crescita profonda, guarigione ed energia" (Baldwin, 1987; trad. mia p.50). La presenza è per Rogers una sorta di sublimazione delle tre condizioni fondamentali, un modo di essere che consente di percepire con chiarezza sé stesso e l'altro all'interno della relazione terapeutica. Questa concezione sembra porsi in continuità con la congruenza per come è stata descritta nei precedenti paragrafi. La profonda consapevolezza del proprio processo intuitivo di experiencing consente al terapeuta e in generale alla persona di sviluppare pienamente sé stessa, agendo in piena armonia con le proprie reali caratteristiche e potenzialità.


La congruenza come modo di essere consapevole

Nella conclusione del precedente capitolo, ho dato una definizione operativa e teorica della congruenza. Tuttavia, come abbiamo visto nel secondo capitolo, da un punto di vista fenomenologico ed esistenziale essa è molto di più di una caratteristica strutturale della personalità. Con il contributo di Gendlin, la congruenza viene messa in relazione con l'experiencing, dandole una connotazione dinamica. Essa si sostanzia nell'apertura al flusso esperienziale che caratterizza la vita soggettiva di ogni persona e nella capacità di simbolizzare accuratamente l'esperienza. Una diretta conseguenza è il cambiamento radicale nel funzionamento soggettivo della persona che sviluppa congruenza. In essa non è più la struttura rigida del sé a determinare le scelte, gli atteggiamenti e i comportamenti.


Piuttosto, è lo stesso experiencing che diviene una guida affidabile per il raggiungimento di un maggiore benessere. A mio avviso, la condizione indispensabile per lo sviluppo di congruenza è la consapevolezza. Negli ultimi contributi di Rogers, presentati nel precedente paragrafo, egli diede un'estrema importanza ad essa come fenomeno risultante dalla tendenza formativa dell'universo, che si riflette nella tendenza attualizzante dell'essere umano. La capacità di portare all'attenzione la sua esperienza interiore, simbolizzarla ed incarnarla tramite il comportamento verbale e non verbale, in maniera non distorta o difesa, è il principio essenziale ed irrinunciabile della congruenza. Il concetto di presenza presentato da Rogers può essere interpretato come uno stato di coscienza nel quale la consapevolezza del campo fenomenico è tale da risultare in una pressoché totale integrazione fra il piano organismico, concettuale e comportamentale. L'ipotesi di questo contributo è che la congruenza possa essere riletta anche come un modo di essere consapevole. Tale interpretazione richiama fortemente un altro concetto che ha caratterizzato il dibattito accademico degli ultimi 50 anni, ossia la mindfulness.  


La mindfulness: una prospettiva alternativa

In questo ultimo capitolo discuterò della prospettiva della mindfulness, portando una serie di argomenti che a mio parere giustificano una sovrapposizione significativa con il concetto rogersiano di congruenza.


Introduzione

La mindfulness deriva dalle pratiche meditative proprie del buddismo, ma essa è stata conosciuta in occidente tramite Jon Kabat-Zinn, che è universalmente riconosciuto come il più importante pioniere nell’applicazione terapeutica della stessa (Siegel et. al., 2009). Egli la definisce come consapevolezza momento per momento, ossia come quella qualità della mente umana di percepire ciò che sta avvenendo senza distorsioni o giudizi (Kabat-Zinn, 2005). Quando la persona è autenticamente consapevole diviene come uno specchio della realtà, ossia non opera interpretazioni sulla base di modelli precedentemente costituiti, al contrario ha una percezione pura della propria esperienza. Essa è contemporaneamente una pratica e uno stato dell'essere. La meditazione ne rappresenta la componente processuale, ossia il mezzo tramite il quale la persona può raggiungere uno stato "mindful". La pratica meditativa e il raggiungimento dello stato qui descritto consentono di prevenire "dukkha", il termine sanscrito che indica la sofferenza e il disagio che caratterizzano la vita umana. La mindfulness è quindi identificata come una via verso il raggiungimento di uno stato di maggiore benessere, tramite una consapevolezza pura dell'esperienza soggettiva (Kabat-Zinn, 2005). 


Sovrapposizioni e similitudini con la congruenza

Nonostante la congruenza sia un termine nato da uno specifico contesto, ossia da una teoria psicologica che a sua volta affonda le radici nella filosofia fenomenologica-esistenziale, e la mindfulness derivi invece dalle pratiche e dottrine meditative del buddismo, esiste una sostanziale corrispondenza fra delle dimensioni significative che appartengono ad entrambe (Rogers, 1959; Jooste et al., 2015): 


  1. Consapevolezza del campo fenomenico: la persona congruente è capace di portare la propria attenzione al campo fenomenico, così come nella mindfulness è centrale la focalizzazione sul momento presente.

  2. Apertura all'esperienza: in entrambi gli approcci viene esaltata l'importanza di avere una percezione limpida e non distorta/difesa nei confronti di tutti gli elementi esperienziali presenti.

  3. Accettazione e non giudizio: solo tramite un'attitudine non giudicante e rispettosa di sé e dell'altro è possibile essere consapevoli e aperti a tutte le componenti del campo. Questa è un'asserzione valida in entrambi i modelli.

  4. Assenza di strutture rigide di riferimento: così come nella mindfulness, anche nell'approccio centrato sulla persona la struttura di personalità e le nozioni teoriche rigide hanno un effetto deleterio sul processo terapeutico e sul benessere psicologico individuale.


Seppur con termini diversi, viene esaltata in entrambi i costrutti l'importanza dell'apertura all'esperienza e della simbolizzazione accurata e non giudicante. Inoltre, essi sono sinonimi di benessere psicologico, in quanto consistono in un funzionamento ottimale della persona, che contribuisce al suo sviluppo nei termini di autorealizzazione (Hanley et al. 2015; Rogers, 1959). In effetti, numerosi autori hanno suggerito una sostanziale continuità fra il modello psicologico umanistico-fenomenologico della terapia centrata sul cliente e la mindfulness (Bazzano, 2011; Brito, 2014; Dryden, Still, 2006; Felder et al., 2014; Jooste et al., 2015). È stato per merito di psicologi come Rogers, Maslow e May che la psicologia occidentale è divenuta terreno fertile per l'utilizzo della mindfulness come tecnica psicoterapeutica. Nella teoria rogersiana, come abbiamo osservato, la congruenza è descritta da una parte come uno stato e dall'altra come un processo dinamico. Infatti, per ogni dato momento la congruenza appare come una sorta di fotografia del livello di corrispondenza fra la struttura del sé e il processo di experiencing.


Al contempo, la persona congruente è colei il cui funzionamento perde la rigidità caratteristica del sé inteso come struttura, affidandosi invece alla propria saggezza organismica come bussola per orientare il proprio comportamento (Gendlin, 1959; Rogers,1959; Rogers, 1964).  A mio parere, la più grande sovrapposizione fra questi due paradigmi è evidenziata proprio dalle parole di Rogers, presentate nel precedente paragrafo (Baldwin, 1987). Quella che l'autore definisce "presenza" è largamente sovrapponibile allo stato mindful: una condizione di completa chiarezza mentale e organismica, tanto che egli evidenzia la forte similitudine con quegli stati alterati di coscienza propri delle tradizioni meditative orientali, da cui deriva la mindfulness stessa. Il focus sul concetto di consapevolezza preponderante nell'ultimo periodo di vita di Rogers testimonia come egli attribuisse a questa caratteristica dell'essere umano un'importanza essenziale (Rogers, 1979).


La congruenza da questo punto di vista potrebbe essere intesa come un indicatore di auto-consapevolezza, ossia di quanto l'individuo è mindful. La completa centratura sul proprio experiencing organismico (cioè la completa congruenza) corrisponde con il concetto di presenza, un funzionamento esistenziale (Gendlin, 1959; Rogers; 1959; Rogers, 1961, trad. it.; Rogers, 1979), che non fa più riferimento ad alcuna "struttura" di personalità, ma che emerge momento per momento e si fa guidare da quel "sé sconosciuto" che Rogers ha sperimentato nel contesto della psicoterapia (Baldwin, 1987). Tale rappresentazione della personalità richiama molto da vicino gli insegnamenti buddisti e la ricerca di una maggiore congruenza può essere vista come un aspetto in comune fra l'approccio centrato sulla persona e la mindfulness (Tohme e Joseph, 2025). Di fatto, esiste un crescente corpo di letteratura che ha evidenziato la convergenza teorica fra il costrutto di autenticità (termine più recente utilizzato per riferirsi alla congruenza rogersiana) e quello di mindfulness (Allan et al., 2015; Chen, Murphy, 2019; Tohme, Joseph, 2025; Toper et al., 2024).


Non solo esiste una notevole sovrapposizione concettuale, ma dalle ricerche emerge anche una correlazione statistica significativa, come dimostrato in un sopracitato studio (Toper et al., 2024), nel quale le due variabili sono state misurate rispettivamente con la Authenticity Scale (AS; Wood et al., 2008) e il Five-Facet Mindfulness Questionnaire (FFMQ; Baer et al., 2006). Tali risultati supportano l'ipotesi che esse si riferiscano in realtà a fenomeni simili. È stato inoltre dimostrato che la mindfulness sia associata ad una personalità più aperta, non giudicante, compassionevole ed auto-consapevole (Beaulieu et al., 2022; Haliwa et al., 2021), in linea con la personalità matura concepita da Rogers (Rogers, 1959).  L'esercizio dello stato mindful, potrebbe essere quindi un ottimo investimento da parte degli psicoterapeuti e counsellor in formazione per migliorare la propria presenza terapeutica. In uno studio qualitativo (Holt, 2023), è stato rilevato come la pratica della mindfulness abbia favorito lo sviluppo in sei laureandi in psicoterapia di un'università del Regno Unito, di qualità essenziali proprie della congruenza.


I partecipanti, nello specifico, hanno riportato di aver conseguito una maggiore auto-consapevolezza e accettazione per i propri vissuti interiori oltre ad un senso di migliorata connessione con sé stessi e i propri clienti. Peraltro, numerosi studi testimoniano come la pratica, individuale o di gruppo, della mindfulness sia legata allo sviluppo di autenticità, e in generale ad un maggiore benessere psicologico, suggerendo il suo potenziale coadiuvante in un percorso psicoterapeutico centrato sul cliente (Chen, Murphy, 2019; Galante et al., 2023; Tohme, Joseph, 2025). Potremmo quindi concludere affermando che essa è un modo di essere affine al concetto di congruenza sviluppato da Rogers, e che possa rivelarsi un'importante alleata ed un elemento in piena risonanza con lo sviluppo di una maggiore autenticità, genuinità e trasparenza all'interno della pratica terapeutica dell'approccio centrato sulla persona. 


Conclusioni

La congruenza è un concetto sfaccettato e trasversale, che nel tempo ha attraversato notevoli mutamenti: da caratteristica della struttura di personalità, alla visione dinamica proposta da Gendlin, fino alla nozione rogersiana di presenza. In questo contributo ho ipotizzato che sia proprio la consapevolezza il nucleo fondante della congruenza, il che giustifica una significativa sovrapposizione con il paradigma della mindfulness. In questa prospettiva, la congruenza appare come un costrutto ponte tra la psicologia umanistica e le pratiche contemplative orientali. Tale rilettura consente di cogliere un punto di contatto tra due orizzonti apparentemente distanti, suggerendo che al cuore dell’esperienza terapeutica vi sia un modo di essere autentico, presente e aperto all’esperienza. La consapevolezza, intesa come caratteristica evolutiva dell’essere umano, favorisce infatti un funzionamento più adattivo, grazie a una maggiore integrazione tra experiencing organismico, esperienza simbolizzata e comportamento verbale e non verbale.


In questo senso, il funzionamento esistenziale descritto da Rogers può essere considerato una manifestazione dello stato mindful. Il concetto di presenza rappresenta l’apice di questo funzionamento, uno stato di consapevolezza pressoché completa che consente un agire spontaneo e in linea con la tendenza attualizzante. Tale interpretazione suggerisce che la terapia centrata sul cliente e le pratiche meditative orientali condividono un obiettivo comune: promuovere il benessere e la salute dell’essere umano attraverso l’espansione della consapevolezza. Questo ponte concettuale potrebbe offrire spunti utili non solo per l’elaborazione teorica, ma anche per la formazione di terapeuti capaci di abitare con maggiore consapevolezza la relazione, e di facilitare un contatto più diretto e vivo del cliente con la propria esperienza. Oltre a ciò, supporta ulteriormente l'ipotesi sempre più comprovata a livello sperimentale, che l'esercizio individuale della mindfulness possa essere un ottimo coadiuvante all'esperienza diadica della psicoterapia tradizionale anche per lo stesso cliente. 


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