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TEORIA DEI FATTORI COMUNI E PROCESSO DI CAMBIAMENTO

Aggiornamento: 31 mar 2023

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di Giulio Ammannato



1. Teoria dei fattori comuni

Rosenzweig (1936) è stato il primo autore a postulare l’esistenza di fattori comuni nella psicologia. L’autore nota come tutte le forme di terapia possano essere efficaci nel trattamento del disagio psichico, anche partendo da posizioni teoriche molto distanti tra loro, talvolta addirittura opposte. L’autore si domanda quindi se esistano altri fattori, latenti, non teorizzati in maniera esplicita nei vari orientamenti, che abbiano un effetto maggiore sull’esito della terapia. Nello specifico Rosenzweig conclude ipotizzando che: “it may be said that given a therapist who has an effective personality and who consistently adheres in his treatment to a system of concepts which he has mastered and which is in one significant way or another adapted to the problems of the sick personality, then it is of comparatively little consequence what particular method the therapists uses” [si potrebbe dire che, dato un terapeuta che ha una personalità efficace e che, durante il trattamento, aderisce costantemente a un sistema teorico che ha padroneggiato e che è stato adattato in qualche maniera ai problemi di una personalità malata, allora il particolare metodo di terapia usato ha poche conseguenze sull’esito] (Rosenzweig, 1936, pp 414-5). Successivamente Rosenzweig si confronta con altri autori sulla possibile esistenza di questi fattori comuni latenti (Watson, Adler, Allen, Bertine, Chassell, Durkin, Rogers, Rosenzweig & Waelder 1940; Heine, 1953) e Rogers, probabilmente anche grazie a questo incontro, nel 1957 cerca di definirli e operazionalizzarli. Nello specifico l’autore ipotizza l’esistenza di sei condizioni, definite come necessarie e sufficienti, per promuovere il cambiamento nella persona. Queste condizioni sono: la presenza di un contatto psicologico tra due persone, uno stato di incongruenza nel cliente, una sufficiente congruenza da parte del terapeuta, una considerazione positiva incondizionata nei confronti del cliente da parte del terapeuta, una comprensione empatica del cliente da parte del terapeuta e la capacità del terapeuta di comunicare al cliente sia questa comprensione empatica che la sua considerazione positiva incondizionata (Rogers, 1957).

Questi 6 fattori, insieme ad altri 13 fattori sono stati successivamente raggruppati in un costrutto chiamato “Psychoteraphy Relationships that Work” [Relazione Terapeutica che Funziona]” (Norcross, 2002; Norcross & Wampold, 2011; Norcross & Lambert, 2018). I suddetti studi portano prove empiriche a supporto della preponderanza dell’effetto nel predire l’esito del trattamento di questi fattori rispetto all’orientamento di appartenenza del professionista. Nello specifico, i tre fattori che dai dati a disposizione sembrerebbero spiegare la maggior parte della dimensione dell’effetto sono: l’espressione delle emozioni, la realtà della relazione e la gestione del contro-transfert da parte del terapeuta. Sarebbero quindi tutti e tre fattori riconducibili a caratteristiche personologiche del terapeuta.

Per questo motivo, visto che la personalità del terapeuta sembrerebbe avere un ruolo molto importante nell’esito di un trattamento, potrebbe essere interessante riprendere anche un altro costrutto proposto da Rogers (1958): il “Processo di Cambiamento”. L’autore lo definisce come “the process by which personality change takes place” [il processo attraverso il quale ha luogo il cambiamento di personalità] (Rogers, 1958, p.142). In altre parole, attraverso una Relazione Terapeutica che Funziona si potrebbe facilitare il Processo di Cambiamento. Ogni persona però, terapeuti inclusi, in un dato momento si troverebbe posizionata abbastanza stabilmente in un certo punto di questo processo di cambiamento. Tramite esperienze, terapeutiche o iatrogene, sarebbe però possibile muoversi su questo continuum, crescendo nel primo caso e regredendo nel secondo. Questo filone di ricerca, per il momento, non è stato portato avanti.


2. Approccio Centrato sulla Persona

L’Approccio Centrato sulla Persona è una teoria auto-attualizzante. Secondo questo approccio nelle giuste condizioni ogni essere vivente, umani compresi, tenderebbe naturalmente all’auto-consapevolezza, all’auto-regolazione e all’auto-attualizzazione. Nella specie umana queste condizioni sarebbero un ambiente relazionale facilitante. Diversi lavori hanno portato prove a favore di questa visione del mondo e della natura umana (Rogers, 1951, 1961, 1980).


2.1 Teoria della personalità

La teoria della personalità dell’Approccio Centrato sulla Persona si chiama Modello Bifocale (Rogers, 1951) ed è basata sul Modello Unifocale (Snygg e Combs, 1949). Secondo questa visione la persona è immersa in un campo fenomenico in continua evoluzione. La parte del campo che è fisiologicamente possibile esperire dall’individuo in un dato momento viene chiamata Esperienza. Non tutta l’Esperienza arriva sempre alla consapevolezza della persona: una gran parte viene subcepita. L’Esperienza sarebbe quindi presente nel campo fenomenico della persona, e potrebbe quindi essere percepita, ma, per vari motivi, come ad esempio il fatto che la persona non ponga attenzione a un certo dettaglio oppure l’esistenza di Costrutti, non arriva alla consapevolezza.

I Costrutti (Kelly, 1955) sono gli elementi (valori, credenze, idee) che vanno a costituire la Struttura del Sé di una persona, ovvero l’idea che una persona ha di sé stessa. I Costrutti derivano da Esperienze passate ed hanno, in origine, un valore adattivo. Questi elementi della personalità possono essere più o meno fluidi e consapevoli. Quando questi costrutti sono rigidi e inconsapevoli possono andare a distorcere o negare il significato di alcune Esperienze vissute da una persona.

Secondo il modello bifocale, alla parte di esperienza “pura”, oggettiva, che arriva alla consapevolezza viene infatti dato un significato soggettivo, che dipende dalla Struttura del Sé di quella data persona in quel dato momento. Questo processo, ovvero il dare significato all’Esperienza, è chiamato Processo di Simbolizzazione. Il risultato del processo, ovvero il significato che viene dato all’esperienza, è chiamato Simbolizzazione dell’Esperienza. L’Esperienza, quindi, in base alla Struttura del Sé della persona, può essere accettata, distorta o negata. Il comportamento della persona dipenderà anche da come essa Simbolizzerà le sue Esperienze.

Se l’Esperienza è in accordo con la Struttura del Sé di una data persona, verrà simbolizzata correttamente. In questo caso ci sarebbe quindi Congruenza, accordo, tra Esperienza e Struttura del Sé. Se invece c’è un disaccordo, ma l’Esperienza non è eccessivamente minacciosa per la sua Struttura del Sé, essa verrà distorta per essere in accordo con l’immagine di sé della persona. In questo caso la persona potrebbe esperire ansia o disagio e si troverebbe in una situazione di Incongruenza, ovvero ci sarebbe un disaccordo tra l’Esperienza e la Struttura del Sé di quella persona. Se invece prendere consapevolezza dell’Esperienza sarebbe troppo minaccioso per la Struttura del Sé, l’Esperienza verrà negata, subcepita, e non arriverà alla consapevolezza. Questo perché prendere consapevolezza di quell'esperienza in quel dato momento potrebbe portare ad una possibile disintegrazione della Struttura del Sé.

In questa ottica quindi una persona, qualora distorcesse o negasse un’Esperienza, non lo farebbe per cattiveria o per altri motivi ma per proteggersi: per difendere la sua Struttura del Sé, sé stessa. Questa difesa sarebbe, inizialmente, automatica e inconsapevole. Uno degli obiettivi della terapia è proprio quello di rendere consapevoli i Costrutti non consapevoli, per permettere alla persona di lavorarci. I Costrutti in origine hanno sempre una valenza adattiva: il problema si presente qualora continuino a permanere, in maniera inconsapevole, anche dopo che hanno compiuto la loro funzione.

I Costrutti sono presenti in tutte le aree di funzionamento di una persona. Per esempio, una persona potrebbe ritenersi, basandosi sulle proprie esperienze passate, competente nel lavoro ma una frana nelle relazioni interpersonali intime. Una persona, sempre perché potrebbe vivere come minaccioso esporre parti di sé, potrebbe anche, per difendersi, non comunicare apertamente alcune parti di sé e il suo vissuto emotivo. Sempre per lo stesso motivo, per difendersi, una persona potrebbe attribuire all’esterno sia le proprie emozioni che i propri problemi. Per questo motivo l’Approccio Centrato sulla Persona, in tutti i suoi contesti di applicazione, rispetta sempre profondamente le eventuali difese delle persone.


2.2 il Processo di Cambiamento

Quanto appena esposto è stato operazionalizzato da Rogers (1958, 1959, 1961) in un costrutto a sette stadi e sette fattori: il “Processo di Cambiamento”. Questo processo in natura sarebbe fluido e disposto su un continuum. Da un polo ci sarebbe una Struttura del Sé rigida e cristallizzata e dall’altro una Struttura del Sé fluida e in continuo cambiamento. Per poterlo studiare però l’autore l’ha ridotto in sette stadi. Secondo questa teoria, ogni persona, in un dato momento, si troverebbe, per ogni area di funzionamento, in un certo punto, o stadio, di questo continuum.

I sette fattori che vanno a comporre questo costrutto sarebbero: The Relationship to Feelings and Personal Meanings, ovvero la relazione che una persona ha con le proprie emozioni e il significato che le attribuisce; The Manner of Experiencing ovvero la maniera in cui la persona vive le proprie Esperienze, la sua simbolizzazione; The Degree of Incongruence, ovvero il grado di incongruenza, di disaccordo, percepito dalla persona, The Communication of Self ovvero come una persona si comunica all’esterno; The Manner in which Experience is Construed ovvero come la persona costruisce il significato della propria esperienza: il processo di simbolizzazione; The Relationship to Problems ovvero la relazione che la persona ha con i propri problemi e a chi li attribuisce; The Manner of Relating ovvero come una persona si relaziona con gli altri (Rogers, 1958, 1959, 1961; Walker, Rablen & Rogers, 1960; Tomlinson & Hart, 1962).

Nel primo stadio del processo, ovvero di completa rigidità della Struttura del Sé, la persona vivrebbe la propria vita basandosi su costrutti rigidi, derivati da esperienze di vita passate che però influenzerebbero il suo comportamento nel presente. La persona che si trova in questo stadio sarebbe inconsapevole del proprio vissuto emotivo nel momento presente, avrebbe una comunicazione spostata sull’esterno e non su di sé. Non sentirebbe il bisogno di cambiare, non sentirebbe incongruenza, e cercherebbe di mantenere stereotipate e immutabili le relazioni con sé stesso, gli altri e l’ambiente in cui vive. Attribuirebbe i suoi problemi a fonti e cause esterne (Rogers, 1958).

Invece, la persona che si trova al settimo stadio, di completa fluidità, vivrebbe immersa nelle sue emozioni, ne sarebbe consapevole e le accetterebbe. Si fiderebbe del proprio vissuto emotivo e nella propria vita lo utilizzerebbe come guida per prendere decisioni e mettere in atto comportamenti. Il suo esperire sarebbe immediato, ricco ed in continua evoluzione. Comunicherebbe apertamente sia chi è sia il suo vissuto emotivo attuale. Vivrebbe responsabilmente e comodamente in una relazione fluida con sé, con gli altri e con il suo ambiente. Avrebbe interiorizzato la fluidità, il continuo cambiamento. Vivrebbe la sua esistenza tutta come un processo fluido e in continuo cambiamento (Rogers, 1959).

L’ipotesi dell’esistenza del Processo di Cambiamento è stata testata con risultati promettenti ed erano anche in corso dei tentativi di creazione di uno strumento di misura per facilitare ulteriori studi (Rogers, 1959, Walker, Rablen & Rogers, 1960; Tomlinson & Hart, 1962). Non esistono però ulteriori studi che confermino o confutino l’ipotesi. Potrebbe quindi essere utile, per accrescere le conoscenze sul comportamento umano, riprendere in mano questi studi, in particolare gli ultimi appena esposti dove è spiegata la metodologia utilizzata per individuare lo stadio del processo di cambiamento in cui si trova una persona, e cercare di portare prove empiriche a supporto o disconferma dell’esistenza del costrutto “Processo di Cambiamento”.


Bibliografia

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Watson, G., Adler, A., Allen, F. H., Bertine, E., Chassell, J. O., Durkin, H., Rogers, C. R., Rosenzweig, S., & Waelder, R. (1940). Areas of agreement in psychotherapy: Section meeting, 1940. American Journal of Orthopsychiatry, 10(4), 698–709. https://doi.org/10.1111/j.1939-0025.1940.tb05736.x.

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